DIZIONARIO ANGIUS/CASALIS

OROSEI, OROSÈ, e in altri tempi Urisè (Urisa), terra celebre della Sardegna per la sua importanza nel secolo XIII e XIV, in sulla fine del governo de’ Giudici di Gallura, nel regno dei quali era compresa.

Ora è contenuta nel mandamento di Dorgali sotto la prefettura di Nuoro.

La sua situazione geografica è nella latitudine 40° 22′, e nella longitudine orientale dal meridiano di Cagliari 0° 35′.

Siede sulla sponda destra del fiume, che nella geografia antica ebbe il nome di Cedrino, in poca distanza dalla palude che il medesimo forma spargendosi lungo il littorale per circa due miglia, e resta coperta a ponente dalla gran mole del monte di Galtelli, al cui piede sono fondate le case; a tramontana dalle eminenze che si levano sopra alcuni altipiani: scoperta all’austro-sirocco e al levante, i quali nell’estate si levano periodicamente dalle nove antimeridiane alle cinque, temperano il gran calore.

Dannoso sopra ogni altro è il maestrale che incanalato dal monte di Galtelli e dal prossimo terrazzo detto Gollei, precipita impetuosissimo sopra il paese e i prossimi poderi sterpando talvolta anche i grossi alberi.

Il piano, su cui è posto il paese, è alquanto inclinato a levante, surmontato a ponente dalla collina che dicono di Gollei, dove è la chiesa di s. Gavino. Da questa eminenza si domina tutto Orosei e gli amenissimi giardini che lo circondano.

I contorni del paese sono sparsi di frequentissime vestigie di antiche abitazioni, le quali fanno intendere quanta sia stata in altri tempi la grandezza di questo luogo.

Il calore estivo, che soventi è mitigato dai siroccali suddetti nelle ore diurne, si fa sentire assai forte nella notte, quando per lo più l’aria è queta, perchè la montagna di Galtelli copre il paese dal reflusso terrestre.

La prossimità del fiume e della palude sunnotata è causa che vi si patisca una forte umidità; e l’igrometro segna il massimo quando dominano i venti del tirreno, e vi accumulano un’immensa quantità di vapori. La nebbia è pur frequente e crassa, e talvolta così maligna che molto ne patiscono i vegetabili, massime l’erba del frumento, quando la spiga è in fiore o granisce.

L’inverno è mitissimo ed è meteora rara la neve, come lo è parimente la grandine e la fulminazione, dalla quale non è a memoria di alcuno che siasi avuto danno.

Le pioggie sono copiose nell’autunno e inverno, scarse nella primavera e soventi devon essere supplicate.

La qualità dell’aria si può intender facilmente dalle circostanze notate; essa è tenuta dal giugno al novembre siccome insalubre, e però gli stranieri vanno via. Questo difetto sarebbe di molto diminuito se si aprisse al fiume una larga foce a versarsi nel mare: ma come sopperire al dispendio? Per cotesto grande incomodo forse era meglio aprire il porto nel prossimo seno del littorale di Dorgali.

Territorio. Orosei ha un’area forse non minore di cinquanta miglia quadrate, la quale sebbene in gran parte montuosa potrebbe facilmente anche in questa essere coltivata. La sua maggior misura è lungo la spiaggia, per la quale estendesi il territorio poco più di dodici miglia.

L’eminenza principale è la montagna sunnotata, che si denomina di Galtelli, perchè compresa per più della metà ne’ limiti di Galtelli. Componesi di roccie calcaree e somministra gran materia a molte fornaci.

È notevole la caverna che trovasi aperta a due miglia dal paese, presso al libeccio, a piede della detta grande eminenza. Vedonsi nella medesima de’ pozzi profondi, e vuolsi che le escavazioni sieno state operate dai pisani sulle traccie di qualche minerale.

Le fonti sono poche e scarse, e il popolo dee bere dal fiume o dai pozzi, i benestanti dalle cisterne.

Del fiume Cedrino abbiamo altrove indicate le origini e i rami principali. Nella stagione piovosa, massime d’inverno, ricevendo grandi incrementi ridonda e spargesi largamente per la campagna, coprendo i campi seminati e impinguendo le terre col sedimento delle sue acque. Così giova senza dubbio, ma accade che molti si dolgano, se le inondazioni persistano o spesso si ripetano.

Il selvaggiume è copioso nelle due specie de’ cervi e cinghiali. Non mancano le volpi, le lepri e i conigli. Gli uccelli sono nelle varie specie che si soglion notare, numerosi quelli che si ricercano da’ cacciatori, e quei gentili che amano i luoghi ameni e li fan più graditi con la loro soave armonia.

Nelle acque del fiume e nelle stagnanti nuotano grossi stormi di folaghe di anitre e di altre specie palustri, non meno di dodici.

In esse sono trote e anguille gratissime a’ gastronomi, e in vicinanza al mare si trovano altre specie, muggini, orate ec.

Il mare prossimo abbonda di un grandissimo numero di specie, principalmente pagelli, lupi, triglie che si prendono in molta copia da’ pescatori.

Popolazione. Componesi di anime 1905, distinte in maggiori d’anni 20 maschi 510, femmine 525, e minori maschi 450, femmine 420, comprese in famiglie 465.

Si notano negli anni nascite 65, morti 45 e matrimoni 12.

Le malattie più comuni nel paese sono le pleuriti-di, le febbri perniciose e intermittenti, e l’epilessia. La prima potrebbe da molti evitarsi tenendo le debite precauzioni contro le vicissitudini termometriche; ma pochi vi badano e molti però succumbono; non così quelli che servano ancora le antiche vesti, le pelli che nella estate difendono dal calore esterno e non lasciano nell’inverno penetrare l’aria fredda, che viene inopinatamente nella corrente d’un vento boreale.

La mortalità suol esser maggior nella stagion calda e nell’autunnale, e le vittime più numerose si hanno nella prima età per incuria delle madri che lasciano esposti i teneri corpicciuoli al sole ardente sopra un suolo bruciante, e permettono ai medesimi che si empiano di frutta spesso non mature e calde de’ raggi.

Attendono alla salute pubblica un medico, due chirurghi e alcuni flebotomi, e sono aperte nel paese due farmacie per i malati del luogo e delle prossime ville. Lo stabilimento della vaccinazione avendo salvato i fanciulli dalle mortali influenze che soventi si ripetevano, vedrassi quindi in poi maggiore l’incremento della popolazione; e se pongasi regolamento per conservare i fanciulli dalle febbri e dalle indigestioni, e si insegni al paesano un ragionevole metodo d’igiene, Orosei potrà presto ritornare a quella grandezza, in cui era nel secolo XIV.

Gli oroseini vestono alla maniera degli altri del dipartimento, e solo le donne di famiglie principali o agiate per il panno del paese usano seta di vari colori nella gonnella.

Il dialetto è similissimo a quello de’ bittesi, ma la pronuncia n’è più spedita.

Sono gli uomini di Orosei vivaci animosi e facili ad infiammarsi d’ira e a correre agli estremi. Faticano volentieri, amano il guadagno e si applicano al negozio facendo incetta di derrate per venderle agli esteri.

Le donne sono di altrettanta vivacità, avvenenti, seduttrici, e spesso con grave onta loro e della famiglia sedotte.

Il sollazzo della danza pubblica ne’ dì festivi si fa alle note del tamburino, o alla melodia delle voci de’ cantori.

Ne’ funerali fanno l’attito non prefiche prezzolate, ma quelle donne del parentado che hanno ingegno poetico, cantando le lodi del defunto.

La sunnotata popolazione maschile si distribuisce nella seguente maniera: in agricoltori 500, pastori 40, pescatori 25, negozianti all’ingrosso e al minuto 50, uomini d’arte e di mestiere 60. Quindi sono a indicare preti 5, ufficiali civili 12, sanitari 5, notai 2 ec.

Nel numero indicato delle famiglie 12 sono distinte per nobiltà, 435 sono possidenti.

L’istituzione della scuola primaria qui pure ha giovato poco, come in altre parti: essa non è frequentata che da 20 fanciulli.

Un solo stabilimento di carità si può indicare, uno spedale dove si ricevono i poveri ed esposti di tutta la diocesi, eretto con la prossima chiesa di s. Antonio abate, e dotato, come si ha per tradizione, di trentamila scudi da un generoso signore, D. Antonio Guiso, intorno all’anno 1686.

Oggidì questo istituto non solo è decaduto, ma precipita alla rovina, e così a causa della infedele amministrazione, che fu tale perchè mancò la vigilanza del consiglio del comune o del vescovo sopra quelli che aveano raccomandata l’economia del luogo, e che diceansi maggiordomi.

Le cose essendo venute in questo stato, or non si può sostentare più di dodici persone tra poveri ed esposti con il sacerdote maggiordomo.

Agricoltura. Le terre di Orosei, quelle principalmente che sono prossime al paese e alle sponde del fiume, si riconoscono di una rara fecondità, e attitudine.

Solitamente si seminano all’anno starelli di grano 2000, che crescono per lo meno a’ 20,000; e star. di orzo 1500, che si moltiplicano a star. 14,000.

Di fave, fagiuoli e altri legumi si può seminare complessivamente star. circa 350, onde si ha la sufficienza per le famiglie e un residuo per fornirne a’ vicini.

Il lino è coltivato in grande, e viene felicemente. Il prodotto parte si vende, il resto si lavora dalle donne, e formasi in tele e tovaglie. Son poche le case in cui non si pratichi questa industria. Il totale della raccolta della fibra non sarà meno di libbre 10,000.

L’orticoltura non ha terra e ciel migliore altrove, e la vegetazione vi è stupenda. Potrebbe il frutto crescere con la coltivazione della meliga e de’ pomi di terra; ma per negligenza o infingardaggine queste due specie sono sinora mancate negli orti oroseini.

La vigna occupa un gran tratto della superficie coltivata, e le viti, che si distinguono di circa ventuna varietà, prosperano, come ne’ climi più felici, e producono copiosi e ottimi frutti, onde si ha un vario mosto, il vino comune, e i vini gentili, de’ quali gran parte si consuma nel paese, vendesi il resto a’ negozianti di altri paesi e agli stranieri.

I fruttiferi sono di circa 25 specie diverse, e vi prendono uno sviluppo assai largo quelli che amano i climi temperati, massimamente i cedri, che formano giardini deliziosissimi sopra le sponde del fiume e maturano precocemente i frutti, perchè alla metà di gennajo, e anche un po’ prima sono già dolci di sugo. Questa coltivazione è antichissima sulle sponde e presso la foce del fiume, e pare che per una delle specie di questo genere che vi vegetasse felicemente, abbia esso ottenuto il nome di cui è insignito nella geografia romana, dove, come notammo, è detto Cedrinus.

Si coltivan fichi, ciriegi, granati, peri, susini, albicocchi, peschi, e tutte le altre specie comuni, spesso da noi ripetute. I mandorli sono assai moltiplicati, e producono un reddito considerevole a’ proprietari. Gli olivi, se non sieno offesi in fiore dalla nebbia maligna, abbassano i rami gravi di coccole; le palme vi si levano alte, e se vi si tentasse la coltura della canna si riuscirebbe a buon fine.

Gli uomini addetti alla agricoltura come massari sono 300, i garzoni 200.

Sono ne’ lavori agrari adoperati 300 gioghi, i quali quando non sono occupati nell’aratura o nelle altre operazioni della raccolta si usano per il carreggia-mento.

Pastorizia. Gli ampli salti dell’orosese sono fertilissimi di pascolo per le vacche, capre e pecore, e quest’ultima specie è numerosissima nella stagione invernale per l’ospitalità che si accorda alle greggie de’ paesi freddi, da’ quali è necessità che emigrino, massime dopo che le nevi nascondono le erbette de’ pascoli, che non mancano in certe esposizioni.

In questo territorio sono due salti demaniali, uno detto Pirastreddu, l’altro Murta De Kervos, che si affittano, e spesso a stranieri.

Bestiame manso. Buoi e vacche mannalite 700, cavalli e cavalle 130, porci 200, giumenti 430.

Bestiame rudo. Vacche 500, cavalle 500, porci 400, capre 2000, pecore 2500.

Le bestie rudi pascolano ne’ salti comunali; le manse entro i chiusi e le vigne con notevole danno degli alberi. Mancava a Orosei un prato comunale.

La malattia ordinaria delle pecore è il vajuolo, delle capre la tigna, e si vuol curare la prima con unzione d’olio di lentisco, l’altra con bagni marini, o con la detta unzione.

Apicoltura. Questa terra di fioritissima vegetazione e di temperatura dolce è opportunissima a questa coltivazione; tuttavolta non è in questa parte quella diligenza che dovea essere, e non si numerano più di 2500 alveari.

Confetture. Gli oriseini usano il miele a quelle confetture particolari che si dicono aranciate, o cedrate. Sgrossano la scorza de’ cedri fino poco appresso alla epiderme, la tagliuzzano finamente e le confezionano col miele. Secondo la maggiore o minor cura sono più

o meno pregiate queste confetture, alcune di scorza di arancie, o di limoni, e altre di pompia. È a molti un cibo difficile a digerirsi.

Commercio. I prodotti della provincia di Nuoro, che non hanno smercio nell’interno, si mandano in Orosei, onde sono esportati ne’ paesi esteri.

I principali articoli sono cereali, vini, lane, e formaggi: i formaggi bianchi per Livorno, i fini per Genova; dopo questi le altre derrate sono in quantità meno considerevole.

La importazione è ristretta a pochi capi, alcuni di cose necessarie, ferro, generi coloniali ec., altri di cose di lusso, che si distribuiscono in tutta la provincia.

Nel paese sono alcune botteghe di robe estere, dalle quali comprano per rivendere ne’ luoghi distanti i piccoli negozianti.

Le vie, per cui da’ paesi della montagna si viene in Orosei sono aspre, e non carreggiabili. Nel fiume non è alcun ponte; e quando esso è in pienezza restano intercluse le comunicazioni. Soventi però si guada sopra barchette, ma con pericolo di naufragio se la corrente impetuosa le percuota ne’ fianchi con i grossi tronchi che i torrenti rotolarono dalle valli superiori.

Il Cedrino si versa nello stagno già notato con tre foci, sicchè forma due isole, una detta Sporoddai, l’altra Isula; lo stagno poi rigurgita nel mare parimente per tre foci, una detta di s. Maria prossimamente a Punta nera, l’altra all’altro capo dello stagno, che dicesi di Bruno, la terza che è media e dicesi del Porto.

Il ramo del fiume, che è lato del delta di Sporoddai dava l’acqua a un canale detto sa Fichedda, che pare fatto per troncar la strada a’ barbareschi, che dalla Punta nera potessero di notte giungere facilmente al paese.

Nella rada di Orosei, che apresi in piccol arco tra Monte-Santo e Punta nera, i bastimenti non posson restare se non co’ venti di terra; e questi cedendo a’ levanti è necessario che i marini facciano ogni potere per prender il largo, altrimenti rischiano di esser gittati sulla spiaggia. I piccoli legni mercantili, perchè sieno sicuri, si tirano in terra, e vi si lasciano sino a che tutto sia preparato. Allora con opera celere il battello si rimette a galla, si carica, e senza indugio si va nel-l’alto.

Religione. Gli oroseini sono compresi nella diocesi del vescovo di Galtelli, e sono nelle cose spirituali governati da un parroco, che ha il titolo di rettore, ed è nella cura delle anime assistito da quattro sacerdoti.

La chiesa principale, dedicata a s. Giacomo Maggiore, è una costruzione moderna che ebbe suo compimento nel 1794 per cura e liberalità del rettore, che era in quel tempo Ignazio Masala di Orosei.

Le chiese minori sono dodici entro l’abitato, intitolate da s. Antonio Abbate, s. Croce, il Rosario, le anime purganti, s. Giovanni De susu (di sopra), s. Sebastiano, s. Giorgio, La Pietà, s. Giovanni Muleddu, s. Salvatore, il Rosario vecchio e la Madonna delle grazie.

In s. Croce e nel Rosario ufficia una confraternita.

In altri tempi era in Orosei un monistero di monache cappuccine, le quali poi si trasferirono a Ozieri.

La chiesa maggiore, di non cattivo disegno nella costruzione, accusa una riprovevole negligenza, e forse indicherebbe poco zelo nella decenza del culto.

Vedesi nella medesima un avorio con arte egregia figurato nell’aspetto del Cristo all’estremo momento della penosa agonia, alto circa metri 0,28. L’espressione della faccia è tale che non si può desiderar maggior verisimiglianza; nelle altre membra è parimente tutta la verità con l’ultima finitezza.

Nella medesima sono diversi dipinti d’un artista del paese, Mugiano, che visse verso la metà del secolo XVII, tra’ quali indicherò il quadro della Purissima nella Sacristia, dove è un bel gruppo del Padre eterno con alcuni angeli sulle nubi. La tela è stata mal curata, e però in due parti, e non piccole, la pittura è distrutta. Le persone del luogo la guardano con nessuna stima, e però poco badano alla sua conservazione, alla quale dovrebbero studiare anche per questo che è uno de’ monumenti dell’arte di un loro compaesano. Dopo questo indicherò il dipinto di s. Giovanni Battista, che si venera nella chiesa campestre intitolata da lui. Nel-l’antica sala dall’arcivescovado di Cagliari conoscevasi un altro quadro dello stesso autore.

La famiglia del Mugiano esiste ancora in Orosei, e serbasi dalla tradizione, che sentendo questi grande inclinazione alla pittura fosse mandato in Cagliari per studiare sotto qualcuno della professione, dove sebbene gli mancassero molti necessari sussidii tuttavolta per la potenza dell’ingegno riuscì ben presto a superare il maestro e a essere tenuto come artista distinto.

Sono nel coro della stessa chiesa dieci quadri che riguardano tanti fatti evangelici, e sono di pennello non volgare.

Tra l’anno si celebrano molte feste con numeroso concorso de’ popoli circonvicini; addì 11 maggio per

s. Antonio abate; addì 15 per s. Isidoro agricola, nella quale tutti gli agricoltori fanno comparire inghirlandati i loro tori conducendoli in lunghissimo ordine a due a due avanti il simulacro del santo, portato in processione religiosa per le vie più popolose; consecutivamente per s. Efisio martire e patrono del regno, alla cui intercessione questi popolani con tutta fede si raccomandavano nel timore delle inopinate invasioni de’ barbareschi, e la cui assistenza invocavano discendendo nel littorale ad opporsi a’ barbari. Nel luglio di solennizza per la memoria di s. Giacomo apostolo addì 25; nell’agosto si festeggia per s. Paolo primo eremita, festa introdotta per diminuire il concorso alla chiesa silvestre di s. Paolo di Monti; quindi sono celebrate altre feste, nella seconda domenica di settembre per la Vergine di Rimedio; nella seconda e terza di ottobre parimente per la SS. Vergine sotto il titolo del buon frutto e di Adamo.

In ciascuna di dette feste si corre il palio, si fanno pubbliche danze all’armonia delle voci, e sono aperte piccole fiere.

Il camposanto è all’estremità del paese in luogo ventilato, contiguo all’ospizio de’ poveri e degli spuri.

Ne’ salti sono diverse cappelle, denominate dalla Vergine del Rimedio, dalla Madonna di Loddurio, da

s. Gavino, s. Gio. Evangelista, s. Leonardo e la Vergine di Monferrato, e distano da mezzo a un miglio.

Abbiam descritto il littorale di Orosei da Osala a Punta-nera, or vedremo l’altro tratto più settentrionale proseguendolo sino a Capo-Comino, sebbene non tutto entro i termini del luogo che consideriamo.

Prima di giugnere andando verso settentrione a Calaginepro trovasi la foce de’ su flumen de’ sos alinos

o alnos, quindi quella del rio di Monterùiu. In là di Calaginepro apresi un seno, in fondo al quale concorrono due rivi, uno detto de Mastruianne, l’altro Scopàriu, i quali formano una palude, nominata de’ sa Crucurìa. Più in là il fiume de’ su Grecu si versa presso alla spiaggia un altro stagnolo. Finalmente nella base dell’angolo che forma il promontorio Comino è uno stagno salifero detto di Terraruia.

Antichità. Sono in questo territorio molti nuraghi, disfatti nelle più parti e quasi in tutte quelli che si trovarono più prossimi al paese, perchè i loro materiali si tolsero per le costruzioni.

Noterò quelli che non sono totalmente distrutti.

Alla destra del Cedrino sono: 1 quello di Osala presso al mare; 2 il nuraghe di Dudurri; 3 Nurache presso al paese; 4 Nurru; 5 Pirustreddu; 6 Gabriele.

Alla sinistra trovansi i nuraghi, di Chilivri che sono due 7. 8; di s. Lucia nel gollei 9; di Orgòi 10; dessa Linna

alta 11; de Muriè 12; del Nerelie 13; Nurache de Portu

14. Tra questi i meno offesi sono quelli di Orgoi e l’altro di Linnalta.

Vedonsi vestigie di antica popolazione sotto il gollei di s. Lucia a circa un miglio dal paese verso tramontana, in Loddusio presso la chiesa della Vergine di questo titolo a ponente-libeccio, a quasi egual distanza e non lungi da Osala a sirocco del paese e a distanza di un miglio e tre quarti.

Castello. Esso si fece assai noto dopo che i diritti sul giudicato di Gallura passarono ne’ Visconti di Milano. Sopra i suoi merli stette levata molti anni la bandiera della biscia, e i popolani stettero ostinati a non voler soggiacere alla dominazione degli aragonesi.

L’attuale castello non era più che una parte di quella rocca, se pure, come pare più probabile, non sia stato edificato dopo la demolizione del primo. Prima che fosse fabbricata la prigione provinciale di Nuoro, il castello di Orosei serviva a custodia de’ ditenuti, e vi si teneano chiusi cinquanta rei, comprese alcune donne. Nella sera poneasi ai medesimi una collana di ferro, per la quale erano tutti infilzati in una pesantissima catena, la cui estremità tiravasi fuor dalla torre per un buco.

Intorno al paese erano delle torri, e una sussiste ancora, quella detta di s. Antonio, che serve d’abitazione all’economo dello spedale, altre due sorgenti sul Gollei furono disfatte nel 1793 per materiali alla nuova chiesa parrocchiale. Probabilmente Orosei era cinto di mura, e queste torri erano annesse alle medesime. L’esposizione sua alle subitanee invasioni dovea comandare siffatte difese, e non pare che senza propugnacoli avessero potuto questi popolani restar tanto tempo, quanto restarono, nella obbedienza a’ Visconti di Milano, e nella ribellione agli aragonesi dominatori dell’isola.

Note storiche. Quando nel 1324 l’infante Alfonso nell’assedio di Villaiglesias ricevea omaggio da molti signori, castellani e comuni, il castellano del castello di Urisa e di Galtelli e i principali del luogo e del dipartimento non fecero alcun cenno di voler riconoscere l’autorità del governo, che istituivasi per concessione del Papa al re d’Aragona in odio della repubblica pisana. Perchè sdegnato l’Infante mandava la sua flotta con l’ammiraglio Francesco Carroz, Raimondo Peralta e Bernardino Cabrera sulle coste orientali del-l’isola a debellar gli oroseini, i terranovesi e gli agugliastrini. Ma i marini che in un gran fatto d’arme addì 28 aprile (1325) sotto le mura di Cagliari non avean potuto, sebbene superiori di numero, prevalere alle genti pisane, se poi ebbero vantaggio tra gli agugliastrini espugnando il castello di Gelisoli, non furono parimente favoriti dalla sorte quando sbarcarono presso la foce dell’Olbio per assalire il castello di Terranova. Imperocchè, dopo presa una torre sul lido, non poterono ottenere altro, e Bernardino Lancia, capitano di quella terra, uscendogli incontro, disordinò in tal maniera l’esercito de’ catalani, che furono forzati con gran mortalità di loro a levarsi da quell’assedio, combattuti in questa giornata anche da’ borghesi, i quali però dalla repubblica ebbero conceduta immunità decennale dalle gravezze reali e personali(1).

Il castello di Urisei fu poi posseduto con quello di Terranova da Giovanni di Arborea fratello di Maria

(1) Roncioni. Istorie pisane anno 1325.

no giudice e re, e quando Giovanni fu imprigionato da questi, allora il re Pietro (1352) temendo che Sibilla, moglie di Giovanni, nol potesse salvare con le proprie forze dalla usurpazione di Mariano, li guernì con sue truppe e li fortificò a maggior sicurezza.

Gli Oriseini e tarranovesi cominciando a sentire quanto fosse grave la tirannia aragonese, mandarono (1353) ambasciatori a Giovanni Visconti, per pregarlo che accogliesse sotto la sua protezione le cose pubbliche e private, e li difendesse dalle vessazioni degli aragonesi. Giovanni gradì la dedizione, e li confortò a bene sperare; ma è certo che poco o nulla fece in favore de’ supplicanti. Pare che quando si mandò questa legazione, i terranovesi e uriseini avessero cacciato dalla loro terra i nemici, probabilmente con l’ajuto di Mariano di Arborea.

Nell’anno 1355 Mariano possedeva questo con gli altri castelli della Gallura, perchè nelle condizioni proposte dai ministri di Pietro per il secondo trattato di pace, era questa che Mariano rendesse al re Urisa e le altre castella di Gallura.

Gli uomini di Urisa se furono ceduti da Mariano al Re, non però si soggettarono al governo aragonese; perchè nell’anno seguente, quando i genovesi, i Visconti e i Doria stringevano alleanza contro il re d’Aragona, già gli uriseini obbedivano a’ Visconti, come è notato nella storia.

In questo tempo tutte le terre del dipartimento Cedrino erano date a’ baroni.

Invasioni degli africani. Uno de’ luoghi marittimi più esposti agli insulti de’ barbari nel lato orientale dell’isola fu in ogni tempo Orosei; e per quello che dice la tradizione non passava un anno, nel quale que’ barbari non avessero fatto qualche tentativo, e gli oriseini non avessero patito qualche perdita di uomini o di bestiame in inopinate aggressioni. Ma se crediamo alla stessa tradizione, più volte gli aggressori partirono con loro danno, quando i paesani erano opportunamente avvertiti della loro comparsa e poteano raggiungerli prima che ritornassero sui legni. Gli uomini di Orosei furono sempre animosi e arditi, e affrontarono i più tremendi pericoli con una intrepidità stupenda. La religione aggiungeva alla loro ira nella tenzone, ed essi restarono quasi sempre vincitori. Si potrebbero riferire alcuni fatti, ma non si saprebbe porli con certezza sotto l’anno in cui avvennero. Coteste difese erano cose ordinarie, non se ne menava gran vanto, e il governo aragonese e spagnuolo che non badava a protegger i popoli, poco curava di render onore a’ valorosi, come poi fece il governo de’ re di Sardegna.

Irritati sempre più gl’infedeli per le frequenti sconfitte, e accesissimi nel desio della vendetta, macchinarono come assicurarsela, prepararono uno sbarco improvviso nel seno di Osàla a distanza di due miglia dal paese, che effettuarono nel giugno del 1806 un’ora prima che spuntasse il giorno sei. Procedendo in molte schiere già la prima avea penetrato tra’ predi, e seguita da molte altre, perchè la gente sbarcata erano settecento uomini, entrava nel paese, invadeva il vicinato che si denominava da s. Salvatore, ed occupava il cortile della casa di Tommaso Mojòlu, che trovavasi la prima. Questi in quel punto svegliavasi a’ primi raggi dell’alba, e stupiva al mormorio delle voci; ma essendosi sì tosto schiarite le voci barbariche, e incontanente essendo stata atterrata la porta dovette nell’estremo pericolo spiegare tutto il suo coraggio, e lanciatosi con un coltellaccio sopra i più audaci mauri così li offese e atterrì, che potè nascondere i suoi figli e la sua famiglia. I gridi suoi tra la tenzone essendo stati uditi dalle case vicine, balzarono tutti dal letto e dalle stuoje uomini e donne, garzoni e ancelle, e affrettandosi gl’imbelli a salvarsi, gli altri si armavano. Questi erano concitati dalle voci di lamento che uscirono dalla casa di Antonio Gozza, prossima a quella del Mojòlu, dalle strida che seguirono al primo scoppio d’un’arma da fuoco, d’un trombone, la scarica del quale quel misero avea ricevuta nel petto mentre spalancava la porta per escire sopra i nemici, e un momento dopo comparvero i barrancelli della guardia, concorsero i giovani più animosi, e gli archibugi sardi esplodendosi sui fianchi de’ mori e sulla fronte, questi dovettero sospendere il saccheggio. Il loro numero crescendo dalle successive compagnie, e col numero crescendo l’ardire, tentarono inoltrare; ma crescendo anche i sardi e accelerando i colpi, i passi de’ nemici si repressero e si fermarono. In quell’ora molti giovani che avean trasportate le loro donne nella torre di s. Antonio, dal terrazzo della medesima aprirono un fuoco così mortifero sopra i barbari, che nessun colpo contro questi cadde invano. In tanto furore degli assaliti, in tanto proprio danno scoraggiati gli aggressori, cominciarono a riculare, e poco dopo a volgersi in fuga sulla strada per la quale erano venuti. Ma la celerità se li sottrasse all’arme de’ pedestri, non li salvò da quelle de’ cavalieri, e poco dopo essendo stati raggiunti quelli che prima di arrivare al paese eransi volti indietro per aver inteso la sventura de’ primi, furono battuti, dispersi, atterrati e sommersi ne’ pantani e nello stagno, dove era il guado di Avalè, sito nella spiaggia, che è tra la foce del Porto e la foce di Bruno. Tra morti e feriti mancarono al nemico ottanta uomini, mentre dei sardi fu ucciso il solo Gozza, ed un altro ferito.

Questa vittoria meritò a’ bravi oroseini una pubblica lode dal Re, la quale se fu una degna ricompensa a questi fu un forte incitamento agli altri perchè in simili pericoli facessero altrettanto, come veramente fecero.